Allons enfants de la patrie

Questa foto non c’entra nulla, ma mi piaceva e quindi oh – Canon T70, Kodak Portra 160

Fare l’insegnante deve essere un mestiere tremendamente frustante. Io ho a che fare con i ragazzini del liceo una o due volte l’anno, quando faccio la sorvegliante agli esami di francese, e mi fanno già cadere le braccia. Non che siano brutta gente, eh, e inoltre chiariamoci: fare la sorvegliante agli esami mi diverte moltissimo, perché così posso osservare una varia umanità e posso fare la faccia cattiva con gli studenti cattivi, oltre che guadagnare qualche soldino che schifo non fa. Ciononostante, fare delle osservazioni è naturale. Il punto principale è che non ti ascoltano. Cane mangiami se ti ascoltano. Dici loro le cose, e quindici secondo dopo te le richiedono, tanto da farti venire il dubbio che parlino la tua stessa lingua (sì: succede sia che io parli in francese, sia che io parli in

giuro che OGNI SERA che Dio manda in terra, il bambino piccolo che abita al piano di sopra piange sul pianerottolo di fronte alla mia porta di casa finché qualcuno non lo porta su in braccio. Arriverà il giorno in cui piangerà per un motivo vero, ad esempio perché l’ho portato su io per un orecchio, invece che in braccio.

Dicevo.

sia che io parli in francese, sia che io parli in italiano).
In sintesi, l’idea dell’esame dovrebbe essere questa:
a. Entro in aula, distanzio i banchi tra loro e controllo che il cd per l’ascolto funzioni.
b. Esco, faccio l’appello, consegno una scheda di iscrizione ai ragazzi facendomi dare in cambio carta d’identità e cellulare, che poi rivendo al mercato ne ripongo sulla cattedra. Distribuisco i compiti.
c. Do le istruzioni ai ragazzi, che sono fondamentalmente :
1. firmare la scheda di iscrizione in basso a destra e mettere cognome e nome sulla copia dell’esame insieme al proprio codice candidato;
2. correggere gli eventuali strafalcioni con un’elegante riga tracciata sull’errore;
3. non chiedere l’ora perché tanto sono io stessa che informerò tutti di quanto tempo avanza, all’incirca ogni mezz’ora;
4. non si fa la pipì durante l’esame.
d. Glisso nonchalante tra i banchi, controllando file di ragazzi educati che si comportano bene.

In sintesi, la realtà dell’esame è questa:
a. Entro in aula, distanzio i banchi tra loro e controllo che il cd per l’ascolto funzioni.
b. Esco e cerco di fare l’appello, ma l’insegnante di turno mi blocca dicendo che l’appello lo ha già fatto lui perché tanto si tratta dei suoi ragazzi e ha già visto che ci sono tutti, salvo avermene mandati metà in classe, cinque in un’altra per farli stare insieme agli amici, uno in un’altra scuola e due che si è scordato di dirmi che sono a casa con l’allergia al francese. Cerco di radunare gli studenti alla bell’e meglio, consegno a tutti la scheda di iscrizione mentre si stanno sedendo con gli zaini e le giacche, fanno cadere i fogli, dico che mi devono portare le carte d’identità e i cellulari, prima prendono la scheda di iscrizione, poi portano la carta d’identità, alcuni si scordano il cellulare, alcuni “se mi sono dimenticato la carta d’identità va bene la tessera della biblioteca?”, e alla fine si siedono, tutti scalcagnati e muniti di scheda di iscrizione e sprovvisti di documenti e cellulari, auspicabilmente in mio possesso.
c. Dopo aver dato le istruzioni ascolto le domande e osservo i compiti:
1. sulla metà delle schede mancano firma in basso a destra – o si trova in basso a sinistra – o cognome e nome o codice candidato;
2. vedo fogli dalmata con uno scarabocchiame di varia natura e patacconi di inchiostro così spessi che hanno bucato la carta;
3. ore 15:00 – “Ragazzi, a partire da adesso avete 2 ore di tempo; vi avverto ogni mezz’ora”; ore 15.17 – “Mademoiselle, che ore sono?”; la domanda si ripete senza variazioni anche alle 15.25, alle 15.43, alle 16.12, alle 16.28 e alle 16.44;
4. “Mademoiselle, posso andare in bagno?”.
d. Glisso nonchalante tra i banchi, controllando file di ragazzi educati che si comportano tutto sommato bene, fino a quando non entra il succitato professore di turno che chiede ai ragazzi “Come va? Andate bene?” e a me “Signorina, potrebbe lasciarmi qui una copia del compito così ne discutiamo poi con i ragazzi?” e di nuovo a loro “Beh, sto un po’ qui con voi, ma voi concentratevi, eh!”.

Proseguono le domande:
– “Mi scusi – mi guarda con aria disperata – sulla scheda di iscrizione il mio nome è scritto sbagliato!”
– “Mademoiselle, so che mancano ancora 45 minuti alla fine, ma se mi sono scordato una parola, posso mettere un {\displaystyle {\sqrt {\ }}}e aggiungere sopra la parola mancante?”
– “Prof [N.d.R. Prof?], se ho sbagliato una crocetta, posso scrivere «no» di fianco e correggere?”
– “Signorina, la firma in basso a destra la metto qui?” – indica il foglio in basso a destra
– “Mi scusi, prima di sedermi, mi dice dov’è il… il coso…” – muove terrorizzata il dito come un uncino come se volesse sapere dov’è un uncino – “…quello da cui esce il suono!”; “Intendi la cassa, l’altoparlante, lo speaker?”; “Sì, quello! Per sentire meglio!” – glielo indico, si siede tre banchi più lontano

Quando mancano circa 15 minuti alla fine, avverto i ragazzi che è ora di cominciare a ricopiare la malacopia e che quelli che hanno finito possono consegnare e uscire in silenzio.

Quale parte di “quelli che hanno finito possono consegnare e uscire in silenzio” non era chiara?

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